Attori inconsapevoli lasciano tracce indelebili sulla nostra anima, e poi scompaiono. Scelgono di scomparire, o chissà.
Vorrebbero essere dimenticati, probabilmente, come un attore detesta le proprie interpretazioni mal riuscite, così a loro non piace che venga ricordato quel pezzo di vita che hanno in comune con noi.

O magari, invece, sappiamo perfettamente (speriamo?) che, abbandonando in quell’istante, saremo per sempre ricordati, amati, temuti, derisi, sospirati. Accolti con un sorriso.

Oggi sono felice, perché ho ritrovato i vecchi post di questo blog, che credevo di aver perso irrimediabilmente.
Ho trovato anche questa cosetta qui,  una bozza sperduta. Sarà la gioia del ritrovamento, sarà il periodo un po’ particolare, però mi ha colpito, e la voglio condividere.

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Sapeva stare nelle tue mani, il gioco
di noi, sapeva volare in alto.
Galleggiare sul piccolo fiato
condensato davanti alla bocca.
Sapeva, nel buio, gioire.
Amore.

Raffaello Indri è un grandissimo chitarrista. È anche un ottimo amico, e di questo vado fiero, ma per oggi, per questa recensione, Raffaello sarà soltanto (sic) un grandissimo chitarrista. Recensire l’opera di un amico è un po’ camminare su un terreno minato, i passi falsi sono facili, e si rischia di essere troppo indulgenti, ma io sono rimasto talmente colpito da questo disco che ho bisogno di condividere, e mi prenderò le mie responsabilità. “The Mutant Tractor” è un album di sano e robusto hard rock strumentale, in cui la chitarra la fa da padrona, e Raffaello dilaga in ogni dove, elargendo classe e gusto a piene mani. Ma è anche, e soprattutto, un disco in cui si respira una incontrollata e coinvolgente aria di divertimento. Scorre via che è un piacere, e quando arrivi alla fine è un gesto naturale farlo ripartire senza por tempo in mezzo! È fresco, vario, vivo. Ti fa stare bene.
Il progetto Frankenstein Rooster, ad onor del vero, non è tutta farina del sacco del buon Indri, ma nasce dalla collaborazione con Marco Celotti, già chitarrista e cantante di Newborn (ottima band friulana), Invivo e Streamline, che non esito a definire una promessa, bravo e talentuoso (suo anche lo splendido artwork del cd), e al quale vanno i miei più sinceri complimenti per il coraggio e la punta di incoscienza con cui è riuscito a trascinare Raffaello verso territori per lui inusuali, facendogli abbandonare la cupezza, l’intransigenza metallona e l’immaginario gotico/horror dietro cui fin troppo spesso si trincera.
Una resistenza rimane, di fondo, infatti loro lo chiamano ‘rock agricolo’, etichetta che – sia ben chiaro! – detesto cordialmente, in quanto la trovo riduttiva ed inadatta, ne parlano con il sorriso sulle labbra, si prendono poco sul serio, celiano, infarciscono i titoli di termini friulani più o meno dissimulati, personaggi strampalati e giochi di parole. Ma per fortuna la musica va oltre le etichette, e, quando i Frankenstein Rooster suonano, non c’è frico che tenga, e non possiamo fare altro che lasciarci travolgere dall’energia, dalla melodia e dal calore di cui sono capaci.
Completano la formazione l’ormai inseparabile batterista Camillo Colleluori (già con GardenWall, Burnin’ Dolls e molti altri), ed il bassista Gianmarco Orsini, del quale purtroppo non so molto, ma che offre una prova solida e affatto convincente.

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Non credo servano parole. Mi mancheranno :’)

Copertina del libro No, non ho tempo di scrivere una recensione, però mi va di consigliare questo interessante saggio di Alessandro Baricco, scrittore che conoscevo (ed apprezzavo) solo come romanziere.
In effetti la scrittura è la sua, ti prende per mano e ti porta dove vuole, senza che tu possa nemmeno immaginare di fare resistenza. Di cosa parla? Di come i tempi siano cambiati, e stiano tuttora cambiando, e di come il processo non debba essere demonizzato a tutti i costi. Perché questi barbari, tutto sommato, i loro lati positivi ce li hanno, e perché non mirano a distruggere tutto quello che incontrano sul loro cammino: semplicemente abbandonano quello che non riescono a capire, e che non serve loro. Non so dire se abbia ragione o meno, ma di certo qualcosa si muove, tant’è vero che più di una volta, nella prosa di Baricco stesso, ho ravvisato i sintomi di un certo imbarbarimento.

Bellissimo questo video, che ‘rubo’ da Marco Beri. Grazie.


Ken Robinson – Do Schools Kill Creativity? from Andrea Benassi on Vimeo.


Déja – Conchiglia from solardevice on Vimeo.

Beh… stanotte ho sognato, tra le altre cose, di essere in una gelateria, in una città  che avrebbe dovuto essere Trieste, ma non ci somigliava per niente.
Diversi personaggi si sono alternati davanti ai miei occhi, come accade solo nei sogni, senza particolari nessi o collegamenti: una mia ex-compagna del liceo, incinta per la seconda volta, un ragazzo con un cucciolo di cinghiale al guinzaglio (morbidissimo da accarezzare, un amore), un altro con una piccola volpe gialla e nera, giovani attori che giravano un film, e tutto ad un tratto il mio amico Dave che mi fa: «Toh palka, prendi qua!» e mi mette in mano una cosa. Io la sento bruciare sul palmo della mano, che avevo chiusa a pugno. Così la apro e vedo una cimice, verde verde, a pancia all’aria. E la sento spingere contro il mio palmo, forte, così forte che brucia.
Inorridito mi guardo attorno e alla mia destra si apre una porta blu. Dall’altra parte una grotta molto profonda, illuminata da piccole lampade elettriche. Scaglio la cimice con tutta la mia forza, la vedo oltrepassare la soglia, volare lontana ma non la perdo d’occhio, e prego che qualcuno chiuda la porta, in fretta.
Nessuno lo fa e la cimice torna indietro, a tutta velocità, per finire dritta nella mia mano. Ancora brucia, e ancora la lancio via più forte che posso.

Ieri, 20 marzo 2008, durante la trasmissione “VivaRadio2″, Fiorello, imitando Carlo Fava, ha fatto il nome di Serena Finatti. Che poi sarebbe la cantante, nonché la mente dietro ai Déja, il duo in cui io suono la chitarra. Ma forse lo sapevate già . In ogni caso ci siamo rimasti di sasso.
Così O_O
Che sia stato un caso? Cioè si è inventato un nome così, buttato là, e l’ha beccato? La cosa strana è che stava parlando proprio di artisti, musicisti di un certo livello, raffinati, colti. Ha detto un paio di nomi che credo fossero inventati di sana pianta, e in mezzo ci ha infilato Serena. Fa sorridere, ma se davvero avesse ascoltato la nostra musica?
Devo, dobbiamo andare a fondo in questa faccenda. Intanto oggi gli abbiamo scritto, ma chissà se mr. Fiorello legge tutte le mail che gli arrivano? Difficile. Come si può fare a fargli presente che ha preso in giro una persona vera, che fa musica, che si sbatte 365 giorni all’anno per provare a farsi conoscere, che studia, suona, canta, insegna?
Almeno passasse il nostro disco, ci facesse un po’ di pubblicità.
Eh? Fiorello, che ne dici? Ce lo devi ;)

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