Prima raccolta.
~
I. – Fessure
Sei tu
nel mosaico
che scombini della memoria
solo le mie tessere?
O son forse io
che nei lembi m’impiglio
sfilacciati
(di una trama che non so tessere)
dell’uomo che non so essere?
Incauto smaglio
la pelle del passato…
(sei tu
nel ghirigoro smangiato
che sorridi ancora?)
…e sbaglio.
Sbiadito è il colore
ma mi abbaglio
di vita.
II. – Fotografia
Il Sole ti ha vista e mi sembra impaurito.
Nel morire del giorno il gigante ha capito
che non serve lottare,
bruciare, accecare,
se vincere il freddo tu sai, con un gesto
leggero della mano, e la luce che dai.
I tuoi occhi – un po’ stanchi -
a chi regalavi,
e i sorrisi bianchi che disegnavi?
Ha saputo scaldarti
e amarti?
Darti la forza che io ti darei?
Cadrei senza esitare,
come il Sole
scompare, ogni sera, nel mare.
Convincer quel Sole vorrei
a farsi carezza,
soffiarti di luce una brezza
che dica la vita che sei
per me.
III. -
*
Le tue piccole
distratte attenzioni
sempre mi sanno trovare.
Sole che osserva
una statua di ghiaccio.
Indolente
la fai gocciolare.
**
Minuetto di parole rubate,
troppo facile dirti
un tramonto senza nuvole.
Meglio la buccia
di un’arancia
sulla tovaglia di ieri
e le briciole.
Sinfonia di sguardi e lentiggini,
sei arrivata, da dove?
Strano animale di onde eleganti
ricopri il mio polso.
Sento il sapore
dell’arancia
sul cuscino sudato
di sogni.
***
Mi sorprendo a cercare ancora
il sottile, appena segnato,
bagnato e gualcito come il lenzuolo
sudato di me,
insulso, penoso limite
tra il cadere e il non sapere
di esser pure in piedi,
nel piccolo sollievo
che mi soffia sul petto
stasera, mentre sollevo
i capelli lisci della notte
a baciarle il collo
ruvido che sa di perla.
Non c’è, lo so, ma impietoso
già squilla il telefono.
IV. – Se ti immagini com’è…
Se ti immagini com’è
quaggiù la giornata
non pensare alla campagna
dorata, impagliata,
nel legno morbido intagliata,
compiaciuta di se stessa
e degli sguardi di chi passa.
Pensa invece allo straziante
lacerante incessante latrare,
sgolarsi di un cane solo,
ai cori zigzagati delle cicale
e ai seghetti dei grilli,
ai ronzii sbilenchi
di cose troppo nere e lucide
per avere un nome,
alle risate beffarde
delle gazze e alle ghiaiose
impertinenze delle cornacchie.
Pensa tutto questo fare a gara
-correre correre come di paura!-
per entrarti nelle stupite e belle orecchie,
anche il verde silenzio delle foglie
bagnate di sole spietato
che non si muovono
mai.
V. – Quando l’accordo minore
Quando l’accordo minore
che fa il tempo lasciando cadere
sulla tastiera dimessa della mia vita
le sue insolenti e nocchiute dita
Quando l’accordo minore
che accompagna, polveroso mistero,
il carnevale di volti contratti
a pestar la farina gialla di un cimitero
Quando l’accordo minore
sarà diventato maggiore,
allora la nota sfuggente,
il semitono morente che dalla porta
-forse da Dio stesso socchiusa!-
con orecchie di vetro appena si sente,
sarà la giusta distanza
tra l’immoto tuo tutto
e il danzante mio niente.
VI. – Sirena
Il suono della sirena del cantiere
a chiudere gli occhi si può quasi vedere
iniziare da un niente un sussurro
snodarsi in una nebbia d’azzurro
e salire salire salire
girando nell’aria di marzo
per poi ripiombare nel basso iniziale
e da lì di nuovo scalare
quei grigi cristalli di quarzo
che ancora la primavera
non riesce a scaldare.
E sulla salita che va alla stazione
il mondo mi vede sirena, o sussurro
o meglio niente,
affiorar dal mattino, comprare un giornale,
aspettare il mio treno e partire puntuale.
Mi dico che forse era meglio guardare
un po’ il mondo com’è, prima di andare.
E il cielo sorride e mi dice: “Ti pare
che per farti un dispetto si possa cambiare?”
Ma quando ritorno non c’è più il cantiere,
non c’è la sirena e nemmeno la nebbia.
C’è solo la sera che triste sonnecchia
socchiusi i suoi occhi di vecchia
sul cielo che lento alla luna s’arrende
e la poca salita che come la vita per me
ora scende.
VII. – Achenio
Sotto lo sguardo della magnolia, bianca
madre che piega i raggi del sole,
all’ombra di una vita riposa stanca
tra sbuffi di prato e calchi di suole
una pigna.
Io solo le invidio l’immoto giaciglio:
fine del viaggio, agognata incoscienza,
in quest’acre vorticare di mondana inclemenza
dove gli altri miei simili già stanno affrettando
in ritardo annaspando e di certo inciampando
nel pulviscolo denso della partenza.
VIII. – Avrai sempre, Mare, la schiuma
Avrai sempre, Mare, la schiuma
di zucchero e l’onda sovrumana
per parlarmi della vita che sfuma
e di sotto ai piedi mi frana?
Il tempo si avvolge attorno
all’Universo ingrato che sbadiglia.
E l’aprirsi della notte al giorno
è meno che un battito di ciglia.
Il cuore ingenuo che si imbroglia
tra l’ultime sillabe del suo copione
e il tic-tac che nell’aria si sfoglia,
suonano ancora la stessa canzone.
(Il giorno si attorciglia.
L’orologio che sbriciola
i secondi. La senti?
È sempre la stessa canzone.)
IX. – Io parlerò di te
Chiedi.
Chiedimi della città
grigia forte
grande affaticata
come non l’ho vista mai.
Chiedimi del tempo
che non passa
che si attacca
ai vestiti e si affaccia
su di me seduto all’ombra.
Chiedimi dello sguardo
impigliato
fra i capelli.
Chiedimi della gioia
che non conosco…
…ancora.
Ancora chiedi.
(…tutto d’un fiato…)
Chiedimi del vento
che scompiglia i pensieri.
Chiedimi della luce
che brucia i colori
e me li regala.
Chiedimi della mano
che brucia la pelle.
Chiedimi della fantasia
e delle lucciole
che diventano i baci
di cui ho bisogno.
Chiedimi del sogno…
…io parlerò di te.
Ma tu,
tu,
se solo un istante
mi hai pensato
cercato distante
voluto davvero,
parlami ti prego
di tante
troppe volte
che accanto
a te non c’ero.
X. -
È il vento che forse ha trovato
le parole per me chissà dove
e le scrive quasi sbadato
sul grigio del cielo serale
che odora di temporale.
Non piove.
Non ancora ma tutto è agitato
e c’è un giallo fumo sollevato
che riempie di attese e paura
le strade del mio paese
e insieme le rende più vuote
indifese.
Si soffia addosso la natura
ondeggia e si scuote
si piega e si lascia percuotere.
E muove le foglie in ruote
sull’asfalto il vento
ma non tocca le corde immote
dell’animo mio spento.
Non pioverà.
XI. – Ciao
La bimba persa sul prato
impaurita
con gli occhi già pieni di pianto
è finita
per caso di nuovo in braccio alla madre.
Allora per lei ha creato
con voce dolcissima d’acqua sorgente
il prodigio delicato
la carezza struggente
di un piccolo
“ciao”.
Ed io che pure l’ho sentita
ho il cuore un po’ rinfrancato
come se all’antica ferita
la tua mano avessi posato.
Amore, io in quella voce bambina
un po’ del tuo suono ho trovato
un po’ d’armonia smarrita
le note infantili mi han dato.
Non sa la bambina il prodigio
del suo semplice
“ciao”.
E se un giorno poi leggerai
per caso questi quattro versi
scardinati e senza pretese
che forse avrà il tempo dispersi
ridotti un po’ male in arnese
e la vita portati distante,
non so dir più importante
il tuo chiamarli poesia
o il piccolo “ciao” che dirai
sapendoli opera mia.
XII. -
“Azione rapida e costante”,
due parole, non sono tante
per convincerti a comprare
il prodotto antizanzare.
Tant’è.
Per convincerti che è un buon affare…
Ma delle mille che potrei dire,
una combinazione che possa ambire
di arrivare fino al tuo cuore
e rubargli un po’ di calore
non c’è.
Bastassero le parole per farsi amare…
XIII. -
Le nuvole mi stanno regalando
la trama sognante
di onde lente al tramonto
che sanno parlare d’amore.
È un mare
che va dal rosa all’azzurro
ed è viola la schiuma che sale
a baciare la sabbia lassù.
E come in un sogno io non so più
se sia sulla strada o sul cielo
che sto camminando.
È un attimo e già sta cambiando
il disegno portato dal vento.
Forse l’han visto i miei occhi soltanto
ma ormai il gioco è fatto:
il cielo è la spiaggia.
E io sto volando.
XIV. -
Triste sorriso
di palazzi cariati
oggi la città.
XV. – Jazz
*
Musicisti dalle forme illimitate
Dita, mani, ritmo e fisicità
Immagini che rimbalzano animate
Colori che sprigionano armonia
E sangue.
Piange
Di gioia pura l’anima mia
Vola con nuove ali ricamate
Di musica. Vola con la spontaneità
Che commuove in questa notte di note.
**
Pianura sterminata
i tasti del pianoforte
montagne, colli
piccole valli
e spiagge lambite
dal basso attento,
contrappunto.
Un mare profondo e dolce
che ha onde di grancassa
e scrosci di luce accecante
i piatti. Il rullante
non si dà pace.
Descrive la vita la chitarra
con mille note di case
di strade di chiese
di storie d’amore
e di guerra.
La voce della terra.
E, su tutto, l’assolo del sassofono.
XVI. – Vetrina
Scoprirti lì dietro
(fumosa e perfetta!)
a lasciar senza fretta
che questo vetro appannato
di nuovo il grigio
selciato
del mio cuore rifletta.
XVII. – L’aspirapolvere
Passa e ronzante
riporta in superficie
un trepido presente.
Domani già
di nuova ce ne sarà
ma la polvere è ieri
è passato.
Tu c’eri
e ci hai camminato
sopra con le scarpe,
con le unghie
hai graffiato
il mio cuore impolverato.
L’aspirapolvere ingrato
si mangia tutto:
i miei passi, i tuoi,
le parole che cadono
a terra se non le vuoi
ascoltare.
Fa man bassa
e il suo ronzio è la risata
sommessa
del tempo che passa.
XVIII. -
Alle nuvole sai dare
un profilo umano, e seguire
curiosa -ti vedo-
chi ha avuto in dono le ali,
danzante dolore
che ti esclude e ti culla.
Lascia a terra
chi non ama il colore
del nulla, lascia a loro
le lacrime dei fuochi artificiali.
Anzi coprili, gli occhi
con la mano, e fai come me,
che guardo più lontano.
Sullo schermo azzurro
del mezzogiorno, sopra gli alberi
passa la vita.
Là, io cerco un gabbiano.
XIX. – Domenica mattina
Archi d’acqua,
architettura di conchiglie.
Ma forse tu vuoi
solo sapere
perché la vita
si ripiega su se stessa,
della forza che svanisce
non ti interessa.
Sogni lanciati
al cielo, schiuma,
luce riflessa.
E la nostra pelle bruciata
beve la vita.
XX. -
Scogliere di zucchero filato
inondate di sole, di luce che affiora.
Incrociano in un mare sfumato
come icebergs, in volo si sfiorano.
E di sotto un brulichio assente.
Su palpebre inerti s’appoggia
un sonno come d’antico presente.
Per noi che viviamo nella pioggia.
XXI. – Domande e risposte
1.
Cosa fai
quando il cuore si gonfia
ed è come un libro
pieno di parole
o un sacco
pieno di silenzi?
Respiro.
2.
Dov’è la notte?
Sta sempre appesa
a quel gancio
di luna. Sola.
3.
Perché mi hai svegliata?
Perché i tuoi occhi
sono il sipario
morbido
del mondo.
4.
Cos’è questo continuo
rumore di fondo,
che come una mano
di vetro mi accarezza
l’anima?
È la vita,
dov’è più folta.
5.
Perché mi osservi?
Perché non ho ancora
capito chi sei.
Perché non ho ancora
capito di chi sei.
6.
Dove vai?
Ad ascoltare
il cielo che muore
di colori.
7.
Mi porti con te?
A volte ti porto con me.
Nel mio tempio di stuzzicadenti,
sulle mie spalle troppo curve,
con le mie caviglie troppo sottili,
troppe volte ti porto con me.
XXII. – Comparse
Tentenno di fronte alla violenza
genuina
di un sorriso
scavato nella sabbia
. . . . . . . . . . .
Mi annullo
sul bordo seghettato
dell’acqua del mare.
Ho schivato
tutte le pallottole
difendendomi
con il grido stralunato
della noia.
Sono sfinito.
XXIII. – FFWD
Scorre in fast forward.
E io guardo
traballare
sciamare
sfrigolare
questo collage
di automi.
XXIV. – Rumori
La vita fa tic-tac…
Allora deve essere la poesia che rantola.
XXV. – Monfalcone da lontano
Monfalcone, da lontano
ha un pennarello
per scrivere sul cielo
parole sincere
e spesso nere.
Ma scappano via.
Tu, da lontano
hai sguardi
feroci di fumo
che gridano asciutta
indifferenza al cielo
grigio immobile.
E poi scappano via.
XXVI. – Il segno rotondo
Il segno rotondo
dei tuoi piedi
sul tappetino.
Il sinistro un po’ piegato
verso il destro.
Come un gesto.
La luce stupida dell’abitacolo
che non sa dove cercarti…
…e tu sei qui.
Forse camminavi
troppo vicina al getto
d’acqua, sulla strada.