AmpiaVenerdì scorso sono stato a sentire Ivan Segreto. I concerti belli durano sempre troppo poco, così si dice. Ivan è un cantautore ed un pianista d’estrazione jazz molto bravo. Siciliano di nascita, milanese d’adozione (come si dice), scrive e suona della musica molto originale, diversa. Prima sfuggente, obliqua, quasi sbilenca, difficile e poi improvvisamente calda, scorrevole, aperta, piena ed emozionante. Si ascoltino ad esempio “Dondola”, o “Ampia”, dal suo ultimo disco (“Ampia”, appunto), dove tempi dispari ed armonie molto ricercate si inseguono e giocano fino a lasciare spazio a melodie solari ed evidenti, ineccepibili.
Io non vorrei dilungarmi troppo, perché davvero spero che questo post, se a qualcheduno capitasse di leggerlo, invogli all’ascolto. Perché Ivan Segreto merita, soprattutto in questo ultimo “Ampia”, trovo che sia un artista di cui si sentiva il bisogno. Altre frasi fatte!
Mi sento quasi infastidito, anche perché era tanto che non scrivevo niente qua, e mi vengono solo banalità. Sarà che sono fuori allenamento. Comunque tra tutte le banalità e frasi fatte e luoghi comuni, non ho ancora detto una cosa molto importante. Essenziale.
Ivan Segreto ha una voce eccezionale.
Una di quelle voci che non ti dimentichi tanto facilmente. Calda, rotonda, precisa, affascinante, ipnotica. Già sul disco si intuisce, ma dal vivo non ce n’è per nessuno. Ascoltàtelo.

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte…
chiù…

~ G. Pascoli

Forse baciati dalla luce del tramonto
trasfigurati come di questi alberi
le braccia nude levate al cielo,
rosse come la neve,
o aperti come di nuvole
spazi dorati da cui diffonde
giallo il suono;
anche i miei errori
sarebbero cosa lieve
da portarti in dono.

Lei aveva quei pantaloni marroni, di lino. E i sandali ai piedi. I capelli, neri, raccolti, e sul viso ancora poco sole, ma luminosa la bellezza sfrontata di chi crede in ciò che fa. Scese le scale a fatica, le stampelle ancora estranee, così distanti dal suo essere, così sbagliate in quel giorno caldo d’inizio estate. Entrò nell’automobile, sbuffando e ridendo della sua nuova goffaggine. Si aggiustò la maglietta, marrone anch’essa. Poi disse: «Andiamo», e non ci fu altro da aggiungere. Nient’altro se non la strada.
Durante il tragitto parlammo continuamente, concitati, nervosi un po’. Ricordo le sue mani, sempre leggere.
Non trovammo subito la casa, le indicazioni che avevo non erano precise, e il mio ricordo si era sbiadito. Un viottolo non asfaltato. Polvere -nessuno ti può togliere la tua razione di polvere, in una giornata così calda, e infine il portoncino d’ingresso. Suonai il campanello.

La notte di settembre è diversa. Te ne accorgi subito e non è questione di temperatura, o umidità. Senti che ti stanno portando via qualcosa, forse proprio il cielo, quell’addio è più lontano, le risate si sfocano, passano sullo sfondo, la musica ti lascia pensare. Senti che fa meno male. Settembre. Settembre fa meno male. Una notte che arriva, un giorno che passa, il sole negli occhi, un bacio sulla bocca. Fanno meno male.
Ma la mia notte, in questo settembre, non parla del sapore che hanno le tue labbra, delle mani che mi hanno sfiorato, dolcemente, o mi hanno esplorato a fondo, quasi violentemente, lasciando segni profondi, segni che sarà piacevole indovinare domattina, che mi distrarranno dal dolore, dall’aria nei polmoni, dai minuti tutti uguali. La mia notte, in questo settembre, esige il suo tributo di sangue, chiede a gran voce un sacrificio, e l’avrà. La mia notte è tutta concentrata su se stessa, non vede e non può capire altro, non riesce a concepire un paesaggio che non sia questa strada lunga e diritta, con poche case sparse ai lati, poco illuminata, questa luna tagliata a metà, e il suo silenzio quasi autistico, a tenuta stagna. L’auto procede senza fretta, come il tempo, e tutto ha la velocità giusta, tutto quello che sarebbe dovuto succedere è successo, tutti i pezzi del puzzle sono al loro posto, la scacchiera è vuota: resta solo la regina. Nera. Come la notte. Come la morte.
Mi fermo perché mi devo fermare. Due cassonetti della spazzatura bloccano il passaggio, uno per ogni carreggiata. Dio solo sa cosa ci facciano in mezzo alla strada, presenza arrogante che sfida la paziente e ruvida monotonia dell’asfalto, reclamando il fastidio della vita. Così sbagliati e inevitabili. Come il primo bacio. O l’ultimo. Ho sonno, e vorrei già essere a letto, i pensieri si rincorrono, ma sono ancora distanti, ovattati. Apro la portiera, scendo dall’auto quasi meccanicamente, e mi avvicino a quegli ostacoli così assurdi, eppure così definibili, inequivocabili. L’aria già pungente di settembre mi accarezza sotto la camicia, tra i capelli, e senza disturbarmi troppo mi sveglia, come una madre sbrigativa, ma dolce. Con una nuova consapevolezza osservo i cassonetti. Sono lucido ora, e mi rendo conto che sto guardando qualcosa che nessun altro potrà mai vedere. Certo qualcuno ce li avrà spinti, lì in mezzo, ma per lui la scena non ha alcun senso, se ci pensi bene. O, meglio, ce l’ha fin dove arriva lo scherzo, la bravata, il brivido lungo la schiena. Poi è lui stesso a scegliere di girarsi dall’altra parte, andarsene via; e anche se sa che prima o poi un automobilista dovrà scendere dall’auto e spingere con un certo risentimento quei maledetti affari a bordo della carreggiata, di nuovo al loro posto, lui non sarà lì a godersi lo spettacolo. E pertanto il suo apporto alla vicenda è lo stesso di quello del bufalo che muore e lascia il suo teschio nel deserto. L’ha sempre avuto con sé, ma non l’ha mai perfettamente visto.
Per me, invece, il momento si trascolora di una perfezione quasi dorata. Pur nella sua assurdità, non me ne sfugge l’unicità, né la delicata magia. Spengo i fanali dell’automobile, e lascio solo la luna a descrivere i contorni delle immagini. Ecco cosa prova chi vede ciò che gli altri non riescono, non possono vedere. Dev’essere così: particolari che sono sempre a portata di mano, eppure sfuggono, ingombranti della loro inesplicabile semplicità, indefinibili eppure familiari, intoccabili proprio a causa della loro esasperante ineluttabilità, abbaglianti della luce lattiginosa e fioca di una mezza luna di settembre. È così per te, amore mio? Non lo so, non lo saprò mai, perché mi devo fermare.
Esplodono, i cassonetti, l’avresti mai detto? E io muoio. Così, perso nella contemplazione di un attimo indefinibile, e protagonista io stesso, ma stavolta nel senso più profondo e scomodo, di una scena che mai alcuno vedrà: la mia morte. Accorreranno le persone, dalle abitazioni vicine, svegliate dall’esplosione, accorreranno con il sonno ancora sulla faccia, con le vestaglie un po’ aperte, con le ciabatte, e staranno lontane dal fuoco in mezzo alla strada, così vicino all’auto, al serbatoio che nei film esplode sempre, nei film americani dove la morte è trattata come un episodio dolente e necessario. Accorreranno i curiosi e troveranno forse il mio teschio di bufalo nel deserto, ma non avranno mai il mistero e la bellezza, la luce e il frastuono, la violenza e il calore della mia uscita di scena: solitaria e abbacinante. Essi sfuggono anche a me, che pure li ho sempre portati in petto, senza mai riuscire a possederli perfettamente. Li ho solo intravisti in qualche riflessione sudaticcia e paurosa nel cuore della notte, come in una fotografia -radiografia!- sfocata, un incubo presto dimenticato, una preghiera appena accennata. Perché è così che viviamo, portandoci appresso la tristezza dorata della nostra morte. Ma non lo si capisce che dopo. Dopo che ci si è fermati, nel cuore della notte, davanti a due cassonetti che non avrebbero dovuto essere lì.

Tu mi accompagni, mi tieni la mano
e il mondo si fa danza senza confini.

Faccio la guardia a questi schermi
immobili. Non ho fucile, ma un elmetto
di idee confuse. L’ombra dei tetti scivola
lenta. Ronzano sciami di parole
nelle orecchie, nelle mani, sotto il sole
di giornate tutte uguali.
Pesa la sua luce, indagatrice
fa ansimare anche il selciato.
Questi sassi su cui nessuno riposa.
Attraversa veloce la strada
un gatto nero come la sete
nero come il mio desiderio.

La vita che merita di essere vissuta
è quella che ti goccia dagli occhi
in lacrime di gioia.

La storia dell'amore Post atipico, ma voglio segnalare e consigliarvi caldamente questo splendido libro che ho appena finito di leggere, e già ricominciato tutto d’un fiato. Arrivato all’ultima pagina non ho potuto fare a meno di ritornare alla prima, per non abbandonare l’atmosfera e le sensazioni calde, amichevoli, della lettura. Nicole Krauss è la moglie di Jonathan Safran Foer (“Ogni cosa è illuminata”), ma non è solo per questo che mi sono avvicinato al suo secondo romanzo. Una serie di coincidenze mi hanno portato a desiderare di comprarlo, tenerlo in mano, leggerlo.
E mi è piaciuto. Tanto.
È pieno di piccole storie, di fantasia, di invenzioni come piace a me, è delicato e sognante, divertente, imprevedibile, profondo, originale. La trama e i rapporti tra i personaggi – all’inizio apparentemente molto distanti fra loro – sono piuttosto complicati, ma tutto converge, fluido e accompagnato sapientemente da una prosa elegante, efficace, intima, nella scena finale, struggente nella sua viva dolcezza e quasi assurdità.
Parla sì dell’amore, ma parla anche dell’amicizia, della storia, della memoria, della perdita e della difficoltà di comunicare i propri stati d’animo. Della forza e della volontà di lasciare un segno, un ricordo, di non svanire dimenticati. Parla del filo, a volte corto, a volte lunghissimo (magari da un capo all’altro dell’oceano), che ci lega alle persone veramente importantià nella nostra esistenza.

Ieri mattina, guardando i tuoi occhi
ho pensato alle onde maestose
al fortunale da cui emergesti
creatura marina, rigata di sale.

Mentre il sole ti giocava fra i riccioli
e sulla pelle, palpitante di luce,
correvano impazziti i nostri minuti,
ho intravisto il temuto istante

in cui ti scuoterai dal torpore
e con un guizzo ricorderai
di appartenere all’oceano.

Nuove mani quindi?
No, le dita sono sempre le stesse.
Spero :)
Benvenuti, o bentornati.

…ho copiato un paio delle ultime cose. non è bello far trovare agli ospiti la casa vuota…